Un sogno chiamato Cuba







A Playa Siboney incontriamo un simpaticissimo cantante cubano, Oreste Cementano (si chiama davvero così), che conosce tutte le canzoni di Battisti e di altri autori italiani…

E’ davvero strano rimanere sdraiati sotto una palma guardando il mare più trasparente mai visto mentre ascoltiamo “mi ritorni in mente” e “alba chiara”!

A Playa Siboney abbiamo anche la fortuna di assistere ad un’eclissi di sole…praticamente la ciliegina sulla torta!

Cayo Granma è un’isoletta di pescatori molto pittoresca che si raggiunge prendendo un traghetto affollatissimo…lì abbiamo l’impressione di toccare quasi con mano la povertà della gente.

Vediamo tante persone che vivono in case molto piccole, a volte in un’unica stanza dove vivono anche animali (abbiamo visto cani e galline); alcune case hanno ancora il tetto di paglia ed è in una di queste che facciamo il nostro pranzo, la casetta di un pescatore con cui abbiamo preso accordi…

Di certo per noi è un’esperienza strana, forse emozionante, un po’ alla Robinson Crusoe, ma per loro è la normalità… e così pranziamo nel terrazzino della casetta con il tetto di paglia da cui si gode una vista magnifica e con l’immancabile sottofondo musicale (a Cuba la musica non manca mai, a qualsiasi ora del giorno e della notte).

L’ultimo giorno di permanenza a Santiago lo dedichiamo proprio alla città…ma non al giro turistico di musei e monumenti (quello lo abbiamo già fatto il primo giorno), bensì vogliamo goderci la città con i suoi ritmi lenti e placidi, con le sue atmosfere anni ’50, la sua gente serena e sorridente.

Ci fermiamo a riprendere un negozio di barbiere che sembra uscito da un film di Totò, rimaniamo a parlare un po’ con un bambino incontrato per strada che ci regala le monete da “3 pesos” con incisa l’immagine del “Che” (la classica monetina che si vende ai turisti per ricordo), ma da noi non vuole soldi in cambio, Laura e Tamara si fanno fare le treccine dall’impiegata di uno degli hotel più famosi della città nientemeno che nella stanza dove c’è l’ufficio dell’amministrazione (ma riuscite ad immaginare nell’amministrazione di uno dei nostri grandi alberghi gli impiegati fare treccine ai turisti? Ma qui siamo a Cuba!).

Ascoltiamo le loro preoccupazioni (proprio in quei giorni sono state prese altre sanzioni economiche contro Cuba) e rispondiamo alle loro domande…la loro curiosità sullo stile di vita occidentale è più che giustificabile.

La sera ci sorprende ancora intente a passeggiare per le vie della città…sarà difficile dimenticare le stelle del cielo di Santiago, le stradine buie e semideserte, le case con i davanzali aperti e senza tende da cui si può tranquillamente curiosare nella vita della gente (a Cuba non conoscono il nostro senso della “privacy”), l’odore dei sigari e la musica proveniente dalle sale da ballo…la nostalgia ci prende ancora prima di andare via.

Al mattino, dopo i fatidici saluti, eccoci in automobile con il nostro onnipresente autista Raphael, percorrere le strade assolate in direzione Trinidad.

Sorvoliamo sulle carenze igieniche delle stazioni di servizio e sulle condizioni a dir poco misere in cui viaggia la maggior parte della gente (incontriamo camion che ci sembrano carri bestiame e che invece trasportano persone in piedi ammassate le une con le altre sotto il sole cocente)…per soffermarci piuttosto sul paesaggio circostante.

Il viaggio è lungo e faticoso ma ci dà l’idea delle distanze…Trinidad è una cittadina coloniale perfettamente conservata e giustamente dichiarata dall’UNESCO “patrimonio culturale dell’umanità”. Il centro è un gioiello da percorrere a piedi e da gustare come una specie di viaggio nel tempo, un’immersione in un lontano passato fatto di palazzi maestosi appartenenti ai grandi coltivatori di zucchero e oggi trasformati in musei, alte palme reali, stradine di ciottoli per i cavalli, chiese antiche e campanili, mercatini di artigianato locale.



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